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Storia di una goccia d’acqua

C’era una volta una goccia d’acqua che, con tante sorelline, se ne stava beata in fondo al mare. Un giorno salì alla superficie. In altro c’era un’immensa volta turchina su cui vagavano certe nuvole bianche, e in mezzo a tutto quell’azzurro, una gran palla d’oro mandava raggi infuocati. “Com’è bello!” disse la gocciolina. “E come andrei volentieri fin lassù”. Come se qualcuno l’avesse sentita e avesse potuto esaudire il suo desiderio, la gocciolina si sentì diventare leggera leggera, finchè si accorse che saliva verso il cielo. “Che cosa succede?” disse spaventata. “Nulla, sorellina!” rispose una goccia che saliva insieme a lei. “O almeno nulla di speciale. Io lo so perchè ho già fatto questo viaggio. Il sole ci ha scaldato e siamo diventate leggere leggere. Il fatto è” aggiunse “che non siamo più gocce d’acqua”. “E cosa siamo, allora?” chiese la nostra gocciolina incuriosita. “Siamo vapore, o meglio vapore acqueo. Una parola difficile, ma io sono una gocciolina istruita”. “E cosa ci capiterà adesso? Mi piacerebbe saperlo!”. “Ih, quanta fretta! Aspetta e lo saprai.” Che viaggio meraviglioso! Dall’alto, la gocciolina, ormai non più gocciolina, poteva vedere i prati verdi, il mare spumeggiante, i ruscelli argentini, i grandi laghi. La gocciolina si divertì moltissimo a vedere tante belle cose, ma poi si guardò intorno e vide che con tante sorelline che erano salite insieme a lei, si era formata una nuvoletta bianca come quella che tante volte aveva visto quando era sperduta nel mare. Il viaggio fu piuttosto lungo. Intanto altre gocce, trasformate anch’esse in vapore acqueo, si erano unite a loro e avevano formato un nuvolone bianco che andava, andava, portato dal vento. E il vento lo portò vicino alle montagne che si levavano diritte, con le loro vette rocciose. Non era più quel venticello scherzoso che aveva portato a spasso la nuvoletta bianca, era un vento gelido che stracciava la nuvola e la portava di qua e di là senza riguardo. Quelle che erano state goccioline divennero tutte molto tristi e la nuvola prese il colore della loro tristezza e si fece grigia: e poichè chi è triste piange, anche la nuvola cominciò a far cadere sulla terra certi goccioloni grossi che parevano lacrime. Ma non si trattava di tristezza. Glielo spiegò, alla nostra gocciolina, la goccia istruita che aveva viaggiato con lei. “Siamo diventate troppe” disse ” e poi non senti che freddo? Questo vento non ha proprio nessun riguardo. Io mi sento tutta rabbrividire. E non sono più vapore acqueo, ma sono di nuovo acqua, anzi, di nuovo una goccia d’acqua.” Anche la nostra gocciolina dovette abbandonare il cielo. E, dopo aver attraversato un nembo tempestoso, si ritrovò sul petalo di un fiore dove brillò come un diamante. La gocciolina era di nuovo felice. Il sole splendeva ed era proprio il sole che le dava dei colori così belli. Ma era tanto caldo, il fiore ebbe sere e bevve la gocciolina, che si trovò così sotto terra, al buio. “Il buio non mi piace!” disse la gocciolina. “Se devo essere acqua, voglio tornare al mare!” “Ci tornerai” disse una voce e la gocciolina si accorse di essere nuovamente accanto alla sorellina istruita “Ma prima dovrai viaggiare un bel po’. Ne so qualcosa io!” aggiunse, dandosi molta importanza. La gocciolina cominciò a camminare, a infiltrarsi fra le zolle, e durante il suo cammino vide mille boccucce che volevano succhiarla. Erano le radici che avevano sete. Le goccioline erano tante e contentarono un po’ tutti, finchè a forza di camminare, si ritrovarono tutte all’aperto. Era una bella sorgente di acqua pura e fresca e un uccellino vi volò sopra e bevve. Poi, molto soddisfatto, fece una cantatina e se ne andò. “E’ finito?” chiese la gocciolina alla goccia istruita “Comincio a essere un po’ stanca”. “Finito? Si può dire che il nostro viaggio comincia adesso!” La sorgente si era trasformata in un ruscello che correva correva come sospinto da una forza misteriosa. Lungo il cammino si riunivano altri ruscelli e insieme formarono un bel fiume. Il fiume, scorrendo calmo e placido, faceva lungo il suo corso tante cose. Muoveva le pale dei mulini, entrava in certi tubi lunghi per mettere in movimento grandi macchine che dovevano dare l’elettricità, alimentò le fontane, si precipitò nei laghi e non c’era pericolo che la nostra gocciolina, sballottata in quel modo, s’annoiasse. Ma ormai era stanca e il ricordo della sua vita in quella bella distesa azzurra, si faceva sempre più vivo in lei. E arrivò finalmente il giorno in cui il fiume sboccò in mare e la gocciolina rivide di nuovo i suoi amici pesci e li salutò con affetto. “Sapete” disse loro dandosi grande importanza “non mi chiamo più gocciolina. D’ora in poi mi chiamerete la grande viaggiatrice”. E quelli risero. Si capisce, come sanno ridere i pesci

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Come recuperare il dialogo: l’importanza di riappropiarsi del piacere della conversazione

Come recuperare il dialogo – Sepolta. La conversazione, il piacere dello stare e del trovarsi insieme (dal latino conversari), la ricerca leggera di un noi per uscire dal pesante autismo dell’io,è stata sommersa dall’onda lunga delle seduzioni tecnologiche, di strumenti sempre più integrati, dalla tv al computer, dal cellulare al tablet, che ci spingono al dialogo virtuale, a distanza di sicurezza cibernetica dai nostri interlocutori. O, peggio, ci impediscono di fatto, con la loro invadenza, di parlare e di coltivare la naturalezza del dialogo. Un vero spreco di relazioni, e dunque di rapporti umani.Il dialogo in famiglia. In famiglia, dove se tutto va bene il tempo medio durante il quale si sta insieme, spesso per caso, non supera i 45 minuti al giorno, viviamo circondati, in una sorta di resa incondizionata agli oggetti-killer della conversazione: la televisione accesa, in un assordante sottofondo, mentre si cena; il cellulare sempre attivo, anche poggiato sulla tavola come la pistola in un saloon, per non perdere il frammento del messaggio di whatsapp o di un sms; il computer, il tablet o l’iphone in fibrillazione perché la sterminata comunità del web, quella che più frequentiamo, non concede pause. Appena sei anni fa in Italia gli iscritti a Facebook erano 200mila, adesso siamo a quota 26 milioni.
Il dialogo su facebook. E proprio la creatura di Mark Zuckerberg, con le sue straordinarie potenzialità, a distanza di vent’anni dalla data di nascita (2004) ci ha consegnato tanti contatti ma anche tanta solitudine in un mondo di relazioni deboli, che hanno però la forza di schiacciare la conversazione. Parliamo di più, grazie alla Rete, e comunichiamo meno sotto il diluvio di parole elettroniche che così perdono senso, profondità e quindi reale utilità.

La resurrezione del dialogo. Eppure, ecco la novità, l’omicidio della conversazione inizia ad essere esaminato e giudicato dal tribunale dell’opinione pubblica. E sale un grido: resuscitiamola.In America il tema più di moda, nel dibattito pubblico, riguarda le contromisure individuali e collettive contro lo strapotere della tecnologia, e dei suoi alchimisti potenti e miliardari, abbinate alla riscoperta di vecchi, ma preziosi anticorpi, come appunto la conversazione. Sherry Turkle è diventata la vera star di questa discussione che passa attraverso talk show televisivi e radiofonici, che negli Stati Uniti non sono monopolizzati dalla baruffe della politica, inchieste sui magazine, conferenze nelle università. La Turkle è un tipico prodotto della migliore accademia americana, si è laureata ad Harvard, insegna Scienze sociali al Mit di Boston, e un suo libro molto critico sulla pervasività della tecnologia, Alone Together ( in italiano tradotto con il titolo Insieme ma soli) è diventato un long seller pubblicato in 38 paesi del mondo.

Sherry Turkle. Adesso la Turkle ha pronto il sequel, con il titolo Reclaiming Conservation(Restituiteci la conversazione), e intanto anticipa i contenuti del nuovo libro a colpi di interviste e di interventi nel circuito delle Ted conference. Con concetti come questo: «Non sono una nemica della tecnologia e non chiedo di abolire nulla di quanto abbiamo grazie ai nuovi strumenti di comunicazione, ma torniamo a parlare con qualcuno, e non solo a qualcuno attraverso la Rete. Sapendo che il momento magico dello scambio, del dialogo, si accende magari dopo una prima fase di lentezza, di pause, e perfino di noia che poi all’improvviso si trasforma nel calore di un’autentica conversazione». Già, la lentezza dell’approccio che riscalda la conversazione e consente al pensiero di maturare: il contrario della velocità e della compulsione multitasking che alimentano il continuo, febbrile cicaleccio attraverso email, sms, social network, telefoni vari.

Se in America il ritorno alla conversazione dovrà comunque fare i conti con il frenetico metabolismo della civiltà anglosassone in perenne competizione, in Italia, una volta tanto, abbiamo un vantaggio: il conversari, il piacere dello stare insieme, è un codice genetico della nostra civiltà. E’un pezzo dell’identità culturale e sociale made in Italy. A partire dalle radici della filosofia di Seneca, che invocava la conversazione come uno strumento essenziale per uscire dall’isolamento e creare comunità, e da trattati come La civil conversatione di Stefano Guazzo e il Galateo di Giovanni della Casa. Guazzo, molto prima della professoressa Turkle, raccomandava di adattare il linguaggio al desiderio della relazione autentica, senza alzare alcuna barriera tra gli interlocutori, «siano essi giovani o vecchi, borghesi o nobili, colti o ignoranti, ecclesiastici o laici, uomini o donne». Ed è stata la conversazione nell’Italia moderna, innanzitutto quella del boom economico, a dare la cifra ai nostri rapporti di comunità, di popolo e di classi dirigenti, modellando perfino i riti dei luoghi più emblematici dello stare insieme come collettività. Il bar, la piazza, il circolo associativo.

Conversare con i ragazzi. Oggi, nella solitudine dei nostri guai, nell’affanno dell’incertezza che spinge all’isolamento le tribù dei ragazzi orfani di intimità e di sguardi negli occhi, abbiamo una carta in più da giocare: restituire alla conversazione la sua energia vitale, la sua forza di leva per costruire relazioni forti, non compromesse dall’affastellamento di pensieri deboli. Una leva per aiutarci a riconquistare leggerezza e ironia, tolleranza e conoscenza, cose vere che ci appartengono da secoli e, per quanto abbiamo potuto rimuoverle, adesso ci mancano tanto. Troppo, come la faccia degli italiani che non riescono più a sorridere.

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A TUTTE LE MAMME…

Questo è per le madri che stanno alzate tutta
la notte tenendo in braccio i loro bambini
ammalati dicendo “è tutto a posto tesoro,
la mamma è qui con te”.
Per quelle che stanno per ore con i loro bambini
che piangono in braccio cercando di dare conforto.
Questo è per tutte le madri che vanno a
lavorare con il rigurgito nei capelli, macchie
di latte sulla camicia e pannolini nella loro
borsetta.
Per tutte le mamme che riempiono le macchine
di bimbi, fanno torte e biscotti e cuciono a
mano i costumi di carnevale.
E per tutte le madri che non fanno queste cose.
Questo è per le madri che danno la luce a
bambini che non vedranno mai.
E quelle madri che hanno dato una casa
a quei bambini.
Per le madri che hanno perso i loro bambini
durante quei preziosi 9 mesi e che non potranno mai
vederli crescere sulla terra ma un giorno
potranno ritrovare in Cielo!
Questo è per le madri che hanno collezioni
d’arte di valore inestimabile appesi in cucina.
Per le madri che si sono gelate al freddo alle
partite di calcio invece di guardare dal caldo
dalla macchina così quando il bimbo le chiede
“Mi hai visto, Mamma?” potranno dire “Certo!
Non me lo sarei perso per niente al mondo !”
pensandolo veramente.
Questo è per tutte le madri che danno una
sculacciata disperatamente ai loro bambini al
supermercato quando urlano facendo i capricci
per il gelato prima di cena.
E per tutte le mamme che invece contano fino a 10.
Questo è per tutte le mamme che si sono sedute
con i loro figli per spiegare come nascono i
bambini.
E per tutte le madri che avrebbero
tanto voluto farlo, ma non riescono a trovare le parole.
Questo è per tutte le mamme che fanno la fame
per dare da mangiare ai loro figli.
Per tutte le madri che leggono la stessa
favola due volte tutte le sere e poi lo
rileggono “ancora una volta”.
Questo è per tutte le madri che hanno
insegnato ai loro bambini di allacciarsi le
scarpe prima che iniziassero ad andare a
scuola.
E per tutte quelle che hanno invece
optato per il velcro.
Questo è per tutte le madri che hanno
insegnato ai loro figli maschi a cucinare e
alle figlie come si fa a ad aggiustare un
rubinetto che perde.
Questo è per tutte le madri che girano la
testa automaticamente quando sentono una
vocina chiamare “mamma!” in mezzo a una folla,
anche se sanno che i loro figli sono a casa -
o anche via all’università…
Questo è per tutte le mamme che mandano i loro
figli a scuola con il mal di pancia
assicurandoli che una volta a scuola staranno
meglio, per poi ricevere una chiamata
dall’infermeria della scuola chiedendo di
venirli a prendere. Subito.
Questa è per tutte le madri di quei ragazzi
che prendono la strada sbagliata e non trovano
il modo di comunicare con loro.
Questo è per tutte le matrigne che hanno
cresciuto i figli di altre madri donando a
loro tempo, attenzione e amore.. e che non
vengono apprezzate !
Per tutte le madri che si mordono le labbra
fino a farle sanguinare quando le loro
quattordicenni si tingono i capelli di verde.
Per le madri delle vittime delle sparatorie
nelle scuole, e per le madri di chi ha
sparato.
Per le mamme dei sopravvissuti, e le
madri che guardano con orrore la TV
abbracciando i loro figli che sono ritornati a
casa sani e salvi.
Questo è per tutte le mamme che hanno
insegnato ai loro figli di essere pacifisti ed
ora pregano per i loro di tornare a casa dalla
guerra sani e salvi.

Cos’è una brava Madre ? La pazienza?
La compassione? La determinazione?
La capacità di allattare, cucinare e ricucire
un bottone di una camicia nello stesso momento?
O è nel loro cuore ?
E’ il magone che senti quando vedi tuo
figlio o figlia scomparire giù per la strada
mentre va a scuola a piedi per la primissima
volta?
Lo scatto che ti porta dal sonno al
risveglio, dal letto alla culla alle 2 di
notte per appoggiare una mano sul tuo bambino
che dorme ?
Il panico che ti viene, anni dopo,
sempre alle 2 di notte quando non vedi
l’ora di sentire la chiave nella serratura e
sapere che è tornato a casa sano e salvo?
O sentire il bisogno di correre da dovunque tu
sia per abbracciare i tuoi figli quando senti
che c’è stato un incidente, un incendio o un
bimbo che è morto?
Le emozioni della maternità sono universali,
le stesse sono per le giovani madri che
barcollano fra i cambi di pannolini e mancanza
di sonno… e le madri più mature che imparano
a lasciarli andare.
Per le madri che lavorano e quelle che rimangono a casa.
Per le madri single e quelle sposate.
Madri con soldi, madri senza soldi.
Questo è per tutte voi.
Per tutte noi.
Tenete duro.
Alla fine possiamo fare solo del nostro meglio.
Dire a loro tutti i giorni che le amiamo.
“La mamma è quella che ti prende quando cadi, tanto
prima o poi cadono tutti”

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Non ti arrendere mai

«Non ti arrendere mai, neanche quando la fatica si fa sentire, neanche quando il tuo piede inciampa, neanche quando i tuoi occhi bruciano, neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati, neanche quando la delusione ti avvilisce, neanche quando l’errore ti scoraggia, neanche quando il tradimento ti ferisce, neanche quando il successo ti abbandona, neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta, neanche quando l’incomprensione ti circonda, neanche quando la noia ti atterra, neanche quando tutto ha l’aria del niente, neanche quando il peso del peccato ti schiaccia… Invoca il tuo Dio, stringi i pugni, sorridi… e ricomincia».

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dormire meglio per non sprecare la salute

MANCANZA DI SONNO. Non dormire è innanzitutto uno spreco. Di tempo, di salute, di lucidità. Di vita, se volete. Ho tanti amici che non riescono a dormire. Stressati, con i pensieri che si accumulano e l’incubo di non riuscire a fare tutte le cose previste nel corso di faticose giornate di lavoro, impauriti dai problemi quotidiani che talvolta sono incubi. Dico a loro, come a tutti i lettori del sito, che non dormire è rischioso.

MANCANZA DI SONNO TACHICARDIA. I numeri sono drammatici, se tenete conto che nel mondo l’80 per cento della popolazione adulta accumula un deficit di sonno, cioè dorme meno di quanto serve. E come dimostrano sul piano scientifico anche recenti studi pubblicati su autorevoli riviste come Science e The Journal of Neuroscience, dormire meno del necessario può trascinarci nel baratro della tachicardia o peggio, delle malattie degenerative del cervello. Parliamo di Alzhemier e Parkinson, per esempio.

RIMEDI CONTRO L’INSONNIA. Che fare? Innanzitutto bisogna conoscere il numero di ore di sonno di cui ciascuno di noi, per età e anche per la tipologia del proprio organismo, ha bisogno.Poi bisogna avere disciplina e metodo nel sonno, e non considerarlo solo una banale e ordinaria abitudine.                                                                                                                                                                                                                                                                                     Il sonno è salute, è la prima medicina dell’uomo, da sempre. Terzo: cercate di non sprecare soldi con tranquillanti e sonniferi, e prendeteli solo se e quando ve lo dice un bravo medico. Infine, utilizzate tutte le armi giuste per creare le migliori condizioni per una buona dormita.                                Prima di andare a letto, ad esempio, godetevi la compagnia della vostra famiglia, le risate con gli amici, una gradevole conversazione. E spegnete la televisione, specie se manda in onda cose inutili da ascoltare, cioè un altro spreco di tempo, di salute e di intelligenza.

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I nonni sono una risorsa: non sprechiamo il loro amore

I nonni sono una risorsa per i nipotini. L’amore che essi dedicano ai nipoti è un bene prezioso che va salvaguardato poichè rimane nel cuore come un ricordo dolce e sincero per tutta la vita.

I NONNI SONO UNA RISORSA - Non sprechiamo la possibilità di offrire ai nostri figli l’affetto incondizionato dei loro nonni. Qualora vi fossero delle incomprensioni in famiglia lasciamo che il legame unico che si genera tra nonni e nipoti rimanga fuori da ogni altro rapporto. I bambini imparano dai nonni molto più di quanto possiamo immaginare: l’amore incondizionato, la presenza, la complicità e la tenerezza, senza implicazioni educative, non si imparano naturalmente in nessun altro luogo.

RAPPORTO NONNI E NIPOTI - I nonni viziano i nipotini. Nella maggior parte dei casi questo è vero. Ma i bimbi che crescono con i nonni sono amati e coccolati. Il vizio è qualcosa che da fastidio agli altri e non a chi vive un’abitudine in maniera naturale. Molti genitori hanno timore del fatto che quei “vizi” siano deleteri per un bambino in crescita, soprattutto perchè, molto spesso, sembra che i nonni non diano regole. Un bambino sa come deve comportarsi e come relazionarsi con gli altri a seconda dei diversi ambiti.Già a partire dall’anno di età è cosciente che coi nonni può fare delle cose che a casa non gli sono permesse.

NONNI E TRADIZIONE -sanno dare ai nipotini un amore speciale, fatto di complicità e tenerezza, di accudimento e giocosità. Un amore che porterà il bambino a sentirsi sicuro di se stesso perché saprà che può muoversi liberamente sotto lo sguardo attento dei nonni. Andare ad acquistare la pizza dal panettiere con la nonna, è una routine piacevolissima per un bimbo in età prescolare. Non avrà bisogno di giocattoli o intrattenimenti diversi. Osservare la nonna che cucina sarà un passatempo senza noia per un bimbo piccolo, soprattutto quando la nonna darà al piccolo l’opportunità di partecipare alla creazione della ricetta. E stare con il nonno, che magari ha un orto o una passione per le auto o i treni, sarà un divertimento continuo per il bambino. I nonni sono una risorsa senza tempo. Non sprechiamola.

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L’isola dei sentimenti

C’era una volta un’isola, dove vivevano tutti i sentimenti
e i valori degli uomini:il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere…
anche l’Amore!

Un giorno venne annunciato ai sentimenti che l’isola stava per sprofondare, allora prepararono tutte le loro navi e partirono, solo l’Amore volle aspettare fino all’ultimo momento.Quando l’isola fu sul punto di sprofondare, l’Amore decise di chiedere aiuto.

La Ricchezza passò vicino all’Amore su una barca lussuosissima e l’Amore le disse: “Ricchezza, mi puoi portare con te?”Non posso c’é molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te te.”

L’Amore allora decise di chiedere all’Orgoglio che stava
passando su un magnifico vascello,”Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?”, “Non ti posso aiutare, Amore…” rispose l’Orgoglio, “qui é tutto perfetto, potresti rovinare la mia barca”.

Allora l’Amore chiese alla Tristezza che gli passava accanto
“Tristezza ti prego, lasciami venire con te”, “Oh Amore”
rispose la Tristezza, “sono così triste che ho bisogno di stare da sola”.

Anche il Buon Umore passò di fianco all’Amore, ma era così contento che non sentì che lo stava chiamando.

All’improvviso una voce disse:
“Vieni Amore, ti prendo con me”. Era un vecchio che aveva parlato. L’Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia che dimenticò di chiedere il nome al vecchio. Quando arrivarono sulla terra ferma, il vecchio se ne andò.

L’Amore si rese conto di quanto gli dovesse e
chiese al Sapere: “Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?
“E’ stato il Tempo” rispose il Sapere.

“Il Tempo?” si interrogò l’Amore, “Perché mai il Tempo mi ha aiutato?”.Il Sapere pieno di saggezza rispose:”Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l’Amore sia importante nella vita”.

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VIVERE IN MEZZO AL VERDE FA BENE ALLA SALUTE

L’umore che migliora, di pari passo con gli alberi che fioriscono e il tempo trascorso all’aria aperta. Se ve la siete sempre cavata con un “Eh, è la primavera”, un sondaggio confermare che non siete gli unici a cui tutto sembra più bello se siete circondati dal verde. È il risultato del Survey of the Health of Wisconsin (SHOW), pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health e che ha studiato la correlazione tra lo stato di salute (e l’umore) con la presenza di vegetazione.

Passando dalle foreste di conifere dei Norhern Highlands alle città come Milwaukee “le differenze sono evidenti”, spiega Kristen Malecki, autrice della ricerca. “La presenza di spazi verdi è associata a molti meno sintomi di ansia, depressione e stress”. Tra questi irritabilità, sbalzi d’umore, stanchezza, disturbi del sonno e mancanza di energie. Il questionario è stato compilato da oltre 2.500 abitanti del Wisconsin, che abitano in 229 quartieri differenti e rappresentano un campione di popolazione molto variegato per età, etnia, reddito, livello di istruzione, impiego e altri fattori.

Il team di Malecki ha scoperto che, a prescindere da tutte queste variabili, gli abitanti che vivono in un quartiere con meno del 10% dell’area coperta da vegetazione sono molto più soggetti a soffrire dei sintomi di depressione, stress e ansia. Per fare un esempio, una persona povera che vive nei pressi della foresta nazionale Chequamegon-Nicolet risulta più felice di una ricca la cui casa si trovi in un quartiere senza alberi a Milwaukee.

Secondo l’autrice questa scoperta è una prova a sostegno dell’Attention Restoration Theory(ART), teoria elaborata negli anni Ottanta che sostiene che la nostra capacità di concentrazione possa essere recuperata trascorrendo tempo all’aria aperta, e che allo stesso tempo, in questo modo, si riduca l’affaticamento mentale accumulato lavorando o studiando. Secondo quanto spiegano gli autori dell’ART nel libro che l’ha presentata al pubblico, The experience of nature: a psicological perspective, osservando immagini o filmati sulla natura l’effetto dovrebbe essere lo stesso. Il suggerimento dei ricercatori è piuttosto semplice, piantare alberi e manto erboso nelle aree urbane, e incoraggiare i bambini a giocare all’aperto piuttosto che trascorrere molto tempo in casa, specialmente davanti alla televisione o allo schermo di un computer. “Rinverdire il vicinato potrebbe essere la soluzione più semplice per ridurre lo stress”, commenta Malecki. “Se volete sentirvi meglio, uscite”.

 

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Buonanotte

Buonanotte a chi ha troppe cose a cui pensare.
O magari non sono poi così tante, ma ognuna di quelle poche sembra insormontabile.
Una serie di cambiamenti improvvisi che ci agitano.
La vita prosegue senza una direzione precisa.
Ci adeguiamo ogni giorno agli imprevisti e alle sicurezze.
Troviamo nuove strade e abbandoniamo le vecchie.
Ci inventiamo un altro percorso.
Affrontiamo disguidi e dossi, salite da affanno e discese rompicollo.
Annaspiamo in melme oleose, o ci innalziamo in volo in cieli limpidi e sereni.
Buonanotte all’incertezza.
Buonanotte alla possibilità.
Buonanotte a chi spera ancora in una rivincita.

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Fallo ora

“Nessuno, vecchio o giovane, ha il domani assicurato. Oggi potrebbe essere l’ultima volta che vedi coloro che contano per te.
Per questo non aspettare, fallo ora , perchè se quel domani infine non arriva, rimpiangerai il giorno in cui non trovasti il tempo di un sorriso, un abbraccio, un bacio; troppo occupato per concedere alla vita la sua ultima grazia.
Tieni coloro che ami vicino al cuore, sussurragli all’orecchio che hai bisogno di loro, amali, trattali bene, e trova del tempo per dire “mi dispiace”, “scusami”, “ per favore”, “grazie” , voglio dire, tutte quelle parole d’amore che hai in grembo.

Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici quanto tieni a loro”.

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