Uncategorized

buonanotte

Buonanotte ai sogni disillusi.
A chi ha voluto continuare a crederci nonostante la realtà ci dicesse che non erano possibili.
Buonanotte alle delusioni.
Che restano, scottano, lasciano ferite che fingiamo di non sentire.
Buonanotte alle emozioni gettate in pasto ai cinici.
Masticate, assaporate e poi sputate.
Buonanotte agli amori andati a male.
Abbandonati su uno scaffale del cuore senza essere mai considerati importanti.
Buonanotte a tutti i sentimenti che abbiamo sprecato per chi non ne aveva punto desiderio.
Buonanotte ai ricordi.
Ché quelli non si possono dimenticare.

Buonanotte a chi si pensa stupido.
Ché chiamarsi ingenui sa di buono.
Ché chiamarsi illusi sa di frustrazione.
Buonanotte a chi semplicemente vede ciò che in realtà non c’è.
A chi sogna ad occhi aperti.
A chi tocca le emozioni.
A chi spera che sia migliore di quel che sembra.
Buonanotte a chi non riesce a credere che esista chi non sa o non vuole amare.
Buonanotte a chi se ne fotte, e ama lo stesso.

 

Standard
Uncategorized

CHI NON PROVA HA GIÀ PERSO

C’era una volta un delfino di nome Ninin.

Amava vivere nel branco, farsi strada fra le code dei suoi amici e giocherellare con l’acqua, con repentini ed improvvisi scatti per dimostrare tutta la sua felicità nel vivere l’immensità dell’oceano, lanciandosi in sorprendenti tuffi e piroette nell’azzurro del cielo che si bagnava dentro all’immenso celeste del mare.
Quei suoi modi tanto giovali e gioiosi erano dettati dal suo cuore per provare ad innamorare Deda, una delfina che amava perdutamente, ma alla quale non era mia riuscito a dichiarare la sua passione, perché troppo timido e timoroso che a guardarla fissa negli occhi, non sarebbe riuscito più a parlare.
Continuò il suo corteggiamento silenzioso per anni, immaginandosi che Deda fosse sempre più attratta dal suo festoso modo di dimostrarsi, e che prima o poi sarebbe stata lei stessa ad avvicinarlo per chiedergli di amarla per tutta la vita, fin quando una notte non si accorse che la sua amata silenziosa era diventata la compagna di giochi un altro delfino.
La sua delusione fu così forte che, senza parlarne con nessuno, decise di lasciare il branco ed andare a morire da solo in riva alla spiaggia.
La solitudine, dentro alla quale si stava consumando, iniziò a fargli perdere le forze, fin quando un giorno, allo stremo dei suoi stenti, stava per arrendersi al movimento del mare e finire quella desolata vita sulla riva asciutta della spiaggia esanime.

Senti da lontano il richiamo di un delfino e voltandosi si accorse che era Deda. Lei si avvicinò, chiedendogli perché fosse andato via dal branco e lui, con una voce fioca e appesantita dalla stanchezza, confessò il motivo,riuscendo a dichiarargli anche l’amore che aveva sempre nutrito per lei.
Deda rimase per lungo tempo in silenzio, perché non riusciva a spiegarsi il motivo di quella sua paura, per poi avvicinarsi alla sua bocca e chiedergli il motivo di tanto silenzio.
“per paura che non mi avessi accettato. L’idea di non essere amato da te mi avrebbe fatto morire ed ho preferito farlo lo stesso, ma col dubbio che forse tu mi avresti amato se fossi stato più audace” Deda gli si avvicinò col corpo per provare ad aiutarlo a ritornare in alto mare, ma Ninin non aveva più forze e sentiva in se solo la voglia di abbandonarsi e morire.
“lasciami stare. Torna nel branco, non voglio che muori con me. La mia scelta non deve essere una punizione per te. Io voglio che continui a vivere. Portami nel tuo cuore un po’ del mio amore per te” disse Ninin, provando ad allontanarla.
“io non posso lasciarti da solo, non è giusto” rispose Deda
“non è giusto? La colpa è mia che non ti ho saputo amare in vita. Se mi ami ti prego di andare via da me e comprendere il mio gesto. Se mi ami rispettami e torna nel branco. Vai via da me” gli urlò contro, spingendola con forza lontano da lui.
Deda, sentendosi rifiutata si voltò senza aggiungere altro ed andò via, lasciandolo solo a combattere con la forza delle onde che lo spingevano sempre più verso la sabbia.
Ninin, con il cuore fermo dal dolore atroce per averla scacciata via da se in modo cosi cattivo, pianse disperatamente, pregando Dio che lo facesse morire presto.
Passò ancora tutta la notte da solo, con gli occhi che non riuscivano più ad aprirsi dal pianto e la stanchezza. Alla mattina successiva sentì avvicinarsi qualcuno. Si voltò e vide in lontananza Deda.
“perché sei tornata?” gli urlò contro.
Lei, senza rispondere, si fermò a poca distanza da lui, si girò per l’ultima volta in direzione dell’alto mare, dove c’erano i suoi compagni, e si sdraiò accanto a lui e gli disse: “non hai avuto il coraggio di amarmi in vita ma adesso lo faremo insieme e per sempre!” e chiusero gli occhi entrambi, fino a quando il buio perenne non calò la tela sui loro occhi e sulle loro bocche socchiuse, su cui era disegnato un ampio sorriso di felicità.”

Standard
Uncategorized

IL PESCATORE

Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista americano si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto.
Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.
Il pescatore risponde: “Non ho impiegato molto tempo” e il turista: “Ma allora, perchè non è stato di più, per pescarne di più?”
Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.
Il turista chiese: “Ma come impiega il resto del suo tempo?” E il pescatore: “Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.”
Allorchè il turista fece: “La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare.
Prima di tutto dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche… Potrà permettersi un’intera flotta! Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua.
In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!”
Il pescatore lo interruppe: “Ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?”
E il turista: “20, 25 anni forse” quindi il pescatore chiese: “…e dopo?”
Turista: “Ah dopo, e qui viene il bello, quando il suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!”
E il pescatore: “miliardi? e poi?”
Turista: “E poi finalmente potrà ritirarsi dagli affari e andare in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo qualcosa, suonando la chitarra e trascorrere appieno la vita.”

Standard
cose

Frullatore o centrifuga? Questo è il dilemma!

Due elettrodomestici legati da stretta parentela, dal momento che sono specializzati nel trasformare in bevanda ogni tipo di frutta e verdura. Ma esistono differenze sostanziali. E a condizionare il nostro acquisto saranno gli obiettivi che ci poniamo. Mentre infatti la centrifuga estrae fino all’ultima goccia il succo di frutta o verdura, eliminando la fibra, il frullatore produce una bevanda cremosa, a seconda dell’alimento, in cui succo e fibra convivono.  Dopo aver introdotto la frutta nell’apposito tubo, il succo esce dalla centrifuga direttamente dal beccuccio; la polpa rimane separata, in un contenitore estraibile. Nel frullatore i vegetali vanno inseriti a pezzi. Una volta ottenuto il frullato, questo può essere versato in un altro contenitore direttamente dalla caraffa, in cui eventualmente è possibile amalgamare ulteriormente la bevanda tramite lo stick in dotazione. Con la centrifuga si ottiene un drink molto liquido, ricco di vitamine e sali minerali, e dall’elevato potenziale idratante. Il prodotto del frullatore si trova invece in bilico fra cibo e bevanda, in quanto più denso, dal sapore più morbido.

La centrifuga è indicata soprattutto per chi predilige le bevande dal sapore liscio, e per chi non tollera la presenza di fibre, come ad esempio i bambini piccoli. Un estratto di centrifuga può diventare un ottimo integratore alimentare, in quanto può contenere il succo di frutta e verdura diversa, oltre che una soluzione al problema della ritenzione idrica. E’ senza dubbio l’unico strumento realmente adatto alla preparazione di estratti di vegetali, come il succo di carota o di sedano. Inoltre, in commercio è possibile trovare centrifughe di forme e prezzi differenti, senza rinunciare alla qualità della performance.  Con la centrifuga è tuttavia difficile riuscire ad ottenere il succo da vegetali amidacei, come le banane, o molto morbidi, come i frutti di bosco. E per ottenere comunque una dose soddisfacente di succo è necessario utilizzare una grossa quantità di materiale. Non è sempre facile da pulire, in quanto composto da più elementi, e risulta in definitiva piuttosto ingombrante.

Il frullatore è in grado di produrre bevande per tutti i gusti e per tutti i momenti della giornata, anche grazie alla possibilità di inserire insieme alla frutta o verdura altri elementi, come latte, liquore, cioccolato, frutta secca, ghiaccio. Il frullato può diventare una colazione salutista o un long drink, il sostituto di un pasto o una merenda golosa. Di grande comodità il dispenser che versa la bevanda direttamente nel bicchiere. Rispetto alla centrifuga, risulta decisamente inferiore la varietà di modelli in vendita. Facile da pulire, tranne che nel rubinetto dosatore, da cui il frullato tende a scendere sempre con lentezza.

In conclusione, il frullatore batte la centrifuga per funzionalità e praticità: può lavorare una varietà superiore di alimenti e supportare la creazione di bevande ogni giorno differenti. Il frullatore si lava più rapidamente: basta riporre la brocca nella lavastoviglie e tenere pulito il dispenser. Non occupa troppo spazio in cucina, grazie alla sua verticalità. E per chi non desidera spendere troppo, esistono modelli dal costo contenuto.

 

Standard
Uncategorized

IL VERO SIGNIFICATO DEL DETTO ‘IN BOCCA AL LUPO

Non tutti conoscono la bellezza del significato del modo di dire “in bocca al lupo”. L’augurio rappresenta l’amore della madre-lupo che prende con la sua bocca i propri figlioletti per portarli da una tana all’altra, per proteggerli dai pericoli esterni. Dire ‘in bocca al lupo’ e’ uno degli auguri più belli che si possa fare ad una persona. E’ la speranza che tu possa essere protetto e al sicuro dalle malvagità che ti circondano come la lupa protegge i suoi cuccioli tenendoli in bocca. Da oggi in poi non rispondete più ‘crepi’ ma ‘grazie di cuore’.

Standard
Uncategorized

La lezione della Farfalla

Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione.
Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo.La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare.
Non successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
Era la forma con cui Dio la faceva crescere e sviluppare.

A volte, lo sforzo é esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita.
Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo, saremmo limitati.
Non potremmo essere così forti come siamo. Non potremmo mai volare.
Chiesi la forza… e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte.
Chiesi la sapienza… e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Chiesi la prosperità… e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare.
Chiesi di poter volare… e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore… e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare.
Chiesi favori… e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi…
Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.

Vivi la vita senza paura, affronta tutti gli ostacoli e dimostra che puoi superarli.

Standard
Uncategorized

IL FRATELLINO

Una giovane madre era in attesa del secondo figlio. Quando seppe che era una bambina, insegnò al suo bambino primogenito, che si chiamava Michele, ad appoggiare la testolina sulla sua pancia tonda, e cantare insieme a lei una «ninna nanna» alla sorellina che doveva nascere.
La canzoncina, che faceva «Stella stellina, la notte si avvicina…», piaceva tantissimo al bambino, che la cantava più volte.
Il parto però fu prematuro e complicato. La neonata fu messa in una incubatrice per cure intensive.
I genitori trepidanti furono preparati al peggio: la loro bambina aveva pochissime probabilità di sopravvivere.
Il piccolo Michele li supplicava: «Voglio vederla! Devo assolutamente vederla!».
Dopo una settimana, la neonata si aggravò ancor di più. La mamma allora decise di portare Michele nel reparto di terapia intensiva della maternità. Un’infermiera cercò di impedirlo, ma la donna era decisa ed accompagnò il bambino
vicino al lettino ingombro di fili e tubicini, dove la piccola lottava per la vita.
Vicino al lettino della sorellina, Michele istintivamente avvicinò il suo volto a quello della neonata e cominciò a cantare sottovoce: «Stella stellina…». La neonata reagì immediatamente. Cominciò a respirare serenamente, senz’affanno. Con le lacrime agli occhi, la mamma disse: «Continua, Michele, continua!». Il bambino continuò.
la bambina cominciò a muovere le braccine. La mamma e il papà piangevano e ridevano nello stesso tempo,
mentre l’infermiera incredula fissava la scena a bocca aperta. Qualche giorno dopo, la piccola entrò in casa in braccio alla mamma, mentre Michele manifestava rumorosamente la sua gioia!
I medici della clinica, imbarazzati, definirono l’avvenimento con parole difficili. Ma la mamma e il papà sapevano che era stato semplicemente un miracolo dell’amore di un fratellino per una sorellina tanto attesa.

Standard
Uncategorized

Storia di una goccia d’acqua

C’era una volta una goccia d’acqua che, con tante sorelline, se ne stava beata in fondo al mare. Un giorno salì alla superficie. In altro c’era un’immensa volta turchina su cui vagavano certe nuvole bianche, e in mezzo a tutto quell’azzurro, una gran palla d’oro mandava raggi infuocati. “Com’è bello!” disse la gocciolina. “E come andrei volentieri fin lassù”. Come se qualcuno l’avesse sentita e avesse potuto esaudire il suo desiderio, la gocciolina si sentì diventare leggera leggera, finchè si accorse che saliva verso il cielo. “Che cosa succede?” disse spaventata. “Nulla, sorellina!” rispose una goccia che saliva insieme a lei. “O almeno nulla di speciale. Io lo so perchè ho già fatto questo viaggio. Il sole ci ha scaldato e siamo diventate leggere leggere. Il fatto è” aggiunse “che non siamo più gocce d’acqua”. “E cosa siamo, allora?” chiese la nostra gocciolina incuriosita. “Siamo vapore, o meglio vapore acqueo. Una parola difficile, ma io sono una gocciolina istruita”. “E cosa ci capiterà adesso? Mi piacerebbe saperlo!”. “Ih, quanta fretta! Aspetta e lo saprai.” Che viaggio meraviglioso! Dall’alto, la gocciolina, ormai non più gocciolina, poteva vedere i prati verdi, il mare spumeggiante, i ruscelli argentini, i grandi laghi. La gocciolina si divertì moltissimo a vedere tante belle cose, ma poi si guardò intorno e vide che con tante sorelline che erano salite insieme a lei, si era formata una nuvoletta bianca come quella che tante volte aveva visto quando era sperduta nel mare. Il viaggio fu piuttosto lungo. Intanto altre gocce, trasformate anch’esse in vapore acqueo, si erano unite a loro e avevano formato un nuvolone bianco che andava, andava, portato dal vento. E il vento lo portò vicino alle montagne che si levavano diritte, con le loro vette rocciose. Non era più quel venticello scherzoso che aveva portato a spasso la nuvoletta bianca, era un vento gelido che stracciava la nuvola e la portava di qua e di là senza riguardo. Quelle che erano state goccioline divennero tutte molto tristi e la nuvola prese il colore della loro tristezza e si fece grigia: e poichè chi è triste piange, anche la nuvola cominciò a far cadere sulla terra certi goccioloni grossi che parevano lacrime. Ma non si trattava di tristezza. Glielo spiegò, alla nostra gocciolina, la goccia istruita che aveva viaggiato con lei. “Siamo diventate troppe” disse ” e poi non senti che freddo? Questo vento non ha proprio nessun riguardo. Io mi sento tutta rabbrividire. E non sono più vapore acqueo, ma sono di nuovo acqua, anzi, di nuovo una goccia d’acqua.” Anche la nostra gocciolina dovette abbandonare il cielo. E, dopo aver attraversato un nembo tempestoso, si ritrovò sul petalo di un fiore dove brillò come un diamante. La gocciolina era di nuovo felice. Il sole splendeva ed era proprio il sole che le dava dei colori così belli. Ma era tanto caldo, il fiore ebbe sere e bevve la gocciolina, che si trovò così sotto terra, al buio. “Il buio non mi piace!” disse la gocciolina. “Se devo essere acqua, voglio tornare al mare!” “Ci tornerai” disse una voce e la gocciolina si accorse di essere nuovamente accanto alla sorellina istruita “Ma prima dovrai viaggiare un bel po’. Ne so qualcosa io!” aggiunse, dandosi molta importanza. La gocciolina cominciò a camminare, a infiltrarsi fra le zolle, e durante il suo cammino vide mille boccucce che volevano succhiarla. Erano le radici che avevano sete. Le goccioline erano tante e contentarono un po’ tutti, finchè a forza di camminare, si ritrovarono tutte all’aperto. Era una bella sorgente di acqua pura e fresca e un uccellino vi volò sopra e bevve. Poi, molto soddisfatto, fece una cantatina e se ne andò. “E’ finito?” chiese la gocciolina alla goccia istruita “Comincio a essere un po’ stanca”. “Finito? Si può dire che il nostro viaggio comincia adesso!” La sorgente si era trasformata in un ruscello che correva correva come sospinto da una forza misteriosa. Lungo il cammino si riunivano altri ruscelli e insieme formarono un bel fiume. Il fiume, scorrendo calmo e placido, faceva lungo il suo corso tante cose. Muoveva le pale dei mulini, entrava in certi tubi lunghi per mettere in movimento grandi macchine che dovevano dare l’elettricità, alimentò le fontane, si precipitò nei laghi e non c’era pericolo che la nostra gocciolina, sballottata in quel modo, s’annoiasse. Ma ormai era stanca e il ricordo della sua vita in quella bella distesa azzurra, si faceva sempre più vivo in lei. E arrivò finalmente il giorno in cui il fiume sboccò in mare e la gocciolina rivide di nuovo i suoi amici pesci e li salutò con affetto. “Sapete” disse loro dandosi grande importanza “non mi chiamo più gocciolina. D’ora in poi mi chiamerete la grande viaggiatrice”. E quelli risero. Si capisce, come sanno ridere i pesci

Standard
Uncategorized

Come recuperare il dialogo: l’importanza di riappropiarsi del piacere della conversazione

Come recuperare il dialogo – Sepolta. La conversazione, il piacere dello stare e del trovarsi insieme (dal latino conversari), la ricerca leggera di un noi per uscire dal pesante autismo dell’io,è stata sommersa dall’onda lunga delle seduzioni tecnologiche, di strumenti sempre più integrati, dalla tv al computer, dal cellulare al tablet, che ci spingono al dialogo virtuale, a distanza di sicurezza cibernetica dai nostri interlocutori. O, peggio, ci impediscono di fatto, con la loro invadenza, di parlare e di coltivare la naturalezza del dialogo. Un vero spreco di relazioni, e dunque di rapporti umani.Il dialogo in famiglia. In famiglia, dove se tutto va bene il tempo medio durante il quale si sta insieme, spesso per caso, non supera i 45 minuti al giorno, viviamo circondati, in una sorta di resa incondizionata agli oggetti-killer della conversazione: la televisione accesa, in un assordante sottofondo, mentre si cena; il cellulare sempre attivo, anche poggiato sulla tavola come la pistola in un saloon, per non perdere il frammento del messaggio di whatsapp o di un sms; il computer, il tablet o l’iphone in fibrillazione perché la sterminata comunità del web, quella che più frequentiamo, non concede pause. Appena sei anni fa in Italia gli iscritti a Facebook erano 200mila, adesso siamo a quota 26 milioni.
Il dialogo su facebook. E proprio la creatura di Mark Zuckerberg, con le sue straordinarie potenzialità, a distanza di vent’anni dalla data di nascita (2004) ci ha consegnato tanti contatti ma anche tanta solitudine in un mondo di relazioni deboli, che hanno però la forza di schiacciare la conversazione. Parliamo di più, grazie alla Rete, e comunichiamo meno sotto il diluvio di parole elettroniche che così perdono senso, profondità e quindi reale utilità.

La resurrezione del dialogo. Eppure, ecco la novità, l’omicidio della conversazione inizia ad essere esaminato e giudicato dal tribunale dell’opinione pubblica. E sale un grido: resuscitiamola.In America il tema più di moda, nel dibattito pubblico, riguarda le contromisure individuali e collettive contro lo strapotere della tecnologia, e dei suoi alchimisti potenti e miliardari, abbinate alla riscoperta di vecchi, ma preziosi anticorpi, come appunto la conversazione. Sherry Turkle è diventata la vera star di questa discussione che passa attraverso talk show televisivi e radiofonici, che negli Stati Uniti non sono monopolizzati dalla baruffe della politica, inchieste sui magazine, conferenze nelle università. La Turkle è un tipico prodotto della migliore accademia americana, si è laureata ad Harvard, insegna Scienze sociali al Mit di Boston, e un suo libro molto critico sulla pervasività della tecnologia, Alone Together ( in italiano tradotto con il titolo Insieme ma soli) è diventato un long seller pubblicato in 38 paesi del mondo.

Sherry Turkle. Adesso la Turkle ha pronto il sequel, con il titolo Reclaiming Conservation(Restituiteci la conversazione), e intanto anticipa i contenuti del nuovo libro a colpi di interviste e di interventi nel circuito delle Ted conference. Con concetti come questo: «Non sono una nemica della tecnologia e non chiedo di abolire nulla di quanto abbiamo grazie ai nuovi strumenti di comunicazione, ma torniamo a parlare con qualcuno, e non solo a qualcuno attraverso la Rete. Sapendo che il momento magico dello scambio, del dialogo, si accende magari dopo una prima fase di lentezza, di pause, e perfino di noia che poi all’improvviso si trasforma nel calore di un’autentica conversazione». Già, la lentezza dell’approccio che riscalda la conversazione e consente al pensiero di maturare: il contrario della velocità e della compulsione multitasking che alimentano il continuo, febbrile cicaleccio attraverso email, sms, social network, telefoni vari.

Se in America il ritorno alla conversazione dovrà comunque fare i conti con il frenetico metabolismo della civiltà anglosassone in perenne competizione, in Italia, una volta tanto, abbiamo un vantaggio: il conversari, il piacere dello stare insieme, è un codice genetico della nostra civiltà. E’un pezzo dell’identità culturale e sociale made in Italy. A partire dalle radici della filosofia di Seneca, che invocava la conversazione come uno strumento essenziale per uscire dall’isolamento e creare comunità, e da trattati come La civil conversatione di Stefano Guazzo e il Galateo di Giovanni della Casa. Guazzo, molto prima della professoressa Turkle, raccomandava di adattare il linguaggio al desiderio della relazione autentica, senza alzare alcuna barriera tra gli interlocutori, «siano essi giovani o vecchi, borghesi o nobili, colti o ignoranti, ecclesiastici o laici, uomini o donne». Ed è stata la conversazione nell’Italia moderna, innanzitutto quella del boom economico, a dare la cifra ai nostri rapporti di comunità, di popolo e di classi dirigenti, modellando perfino i riti dei luoghi più emblematici dello stare insieme come collettività. Il bar, la piazza, il circolo associativo.

Conversare con i ragazzi. Oggi, nella solitudine dei nostri guai, nell’affanno dell’incertezza che spinge all’isolamento le tribù dei ragazzi orfani di intimità e di sguardi negli occhi, abbiamo una carta in più da giocare: restituire alla conversazione la sua energia vitale, la sua forza di leva per costruire relazioni forti, non compromesse dall’affastellamento di pensieri deboli. Una leva per aiutarci a riconquistare leggerezza e ironia, tolleranza e conoscenza, cose vere che ci appartengono da secoli e, per quanto abbiamo potuto rimuoverle, adesso ci mancano tanto. Troppo, come la faccia degli italiani che non riescono più a sorridere.

Standard
Uncategorized

A TUTTE LE MAMME…

Questo è per le madri che stanno alzate tutta
la notte tenendo in braccio i loro bambini
ammalati dicendo “è tutto a posto tesoro,
la mamma è qui con te”.
Per quelle che stanno per ore con i loro bambini
che piangono in braccio cercando di dare conforto.
Questo è per tutte le madri che vanno a
lavorare con il rigurgito nei capelli, macchie
di latte sulla camicia e pannolini nella loro
borsetta.
Per tutte le mamme che riempiono le macchine
di bimbi, fanno torte e biscotti e cuciono a
mano i costumi di carnevale.
E per tutte le madri che non fanno queste cose.
Questo è per le madri che danno la luce a
bambini che non vedranno mai.
E quelle madri che hanno dato una casa
a quei bambini.
Per le madri che hanno perso i loro bambini
durante quei preziosi 9 mesi e che non potranno mai
vederli crescere sulla terra ma un giorno
potranno ritrovare in Cielo!
Questo è per le madri che hanno collezioni
d’arte di valore inestimabile appesi in cucina.
Per le madri che si sono gelate al freddo alle
partite di calcio invece di guardare dal caldo
dalla macchina così quando il bimbo le chiede
“Mi hai visto, Mamma?” potranno dire “Certo!
Non me lo sarei perso per niente al mondo !”
pensandolo veramente.
Questo è per tutte le madri che danno una
sculacciata disperatamente ai loro bambini al
supermercato quando urlano facendo i capricci
per il gelato prima di cena.
E per tutte le mamme che invece contano fino a 10.
Questo è per tutte le mamme che si sono sedute
con i loro figli per spiegare come nascono i
bambini.
E per tutte le madri che avrebbero
tanto voluto farlo, ma non riescono a trovare le parole.
Questo è per tutte le mamme che fanno la fame
per dare da mangiare ai loro figli.
Per tutte le madri che leggono la stessa
favola due volte tutte le sere e poi lo
rileggono “ancora una volta”.
Questo è per tutte le madri che hanno
insegnato ai loro bambini di allacciarsi le
scarpe prima che iniziassero ad andare a
scuola.
E per tutte quelle che hanno invece
optato per il velcro.
Questo è per tutte le madri che hanno
insegnato ai loro figli maschi a cucinare e
alle figlie come si fa a ad aggiustare un
rubinetto che perde.
Questo è per tutte le madri che girano la
testa automaticamente quando sentono una
vocina chiamare “mamma!” in mezzo a una folla,
anche se sanno che i loro figli sono a casa –
o anche via all’università…
Questo è per tutte le mamme che mandano i loro
figli a scuola con il mal di pancia
assicurandoli che una volta a scuola staranno
meglio, per poi ricevere una chiamata
dall’infermeria della scuola chiedendo di
venirli a prendere. Subito.
Questa è per tutte le madri di quei ragazzi
che prendono la strada sbagliata e non trovano
il modo di comunicare con loro.
Questo è per tutte le matrigne che hanno
cresciuto i figli di altre madri donando a
loro tempo, attenzione e amore.. e che non
vengono apprezzate !
Per tutte le madri che si mordono le labbra
fino a farle sanguinare quando le loro
quattordicenni si tingono i capelli di verde.
Per le madri delle vittime delle sparatorie
nelle scuole, e per le madri di chi ha
sparato.
Per le mamme dei sopravvissuti, e le
madri che guardano con orrore la TV
abbracciando i loro figli che sono ritornati a
casa sani e salvi.
Questo è per tutte le mamme che hanno
insegnato ai loro figli di essere pacifisti ed
ora pregano per i loro di tornare a casa dalla
guerra sani e salvi.

Cos’è una brava Madre ? La pazienza?
La compassione? La determinazione?
La capacità di allattare, cucinare e ricucire
un bottone di una camicia nello stesso momento?
O è nel loro cuore ?
E’ il magone che senti quando vedi tuo
figlio o figlia scomparire giù per la strada
mentre va a scuola a piedi per la primissima
volta?
Lo scatto che ti porta dal sonno al
risveglio, dal letto alla culla alle 2 di
notte per appoggiare una mano sul tuo bambino
che dorme ?
Il panico che ti viene, anni dopo,
sempre alle 2 di notte quando non vedi
l’ora di sentire la chiave nella serratura e
sapere che è tornato a casa sano e salvo?
O sentire il bisogno di correre da dovunque tu
sia per abbracciare i tuoi figli quando senti
che c’è stato un incidente, un incendio o un
bimbo che è morto?
Le emozioni della maternità sono universali,
le stesse sono per le giovani madri che
barcollano fra i cambi di pannolini e mancanza
di sonno… e le madri più mature che imparano
a lasciarli andare.
Per le madri che lavorano e quelle che rimangono a casa.
Per le madri single e quelle sposate.
Madri con soldi, madri senza soldi.
Questo è per tutte voi.
Per tutte noi.
Tenete duro.
Alla fine possiamo fare solo del nostro meglio.
Dire a loro tutti i giorni che le amiamo.
“La mamma è quella che ti prende quando cadi, tanto
prima o poi cadono tutti”

Standard