Uncategorized

Come recuperare il dialogo: l’importanza di riappropiarsi del piacere della conversazione

Come recuperare il dialogo – Sepolta. La conversazione, il piacere dello stare e del trovarsi insieme (dal latino conversari), la ricerca leggera di un noi per uscire dal pesante autismo dell’io,è stata sommersa dall’onda lunga delle seduzioni tecnologiche, di strumenti sempre più integrati, dalla tv al computer, dal cellulare al tablet, che ci spingono al dialogo virtuale, a distanza di sicurezza cibernetica dai nostri interlocutori. O, peggio, ci impediscono di fatto, con la loro invadenza, di parlare e di coltivare la naturalezza del dialogo. Un vero spreco di relazioni, e dunque di rapporti umani.Il dialogo in famiglia. In famiglia, dove se tutto va bene il tempo medio durante il quale si sta insieme, spesso per caso, non supera i 45 minuti al giorno, viviamo circondati, in una sorta di resa incondizionata agli oggetti-killer della conversazione: la televisione accesa, in un assordante sottofondo, mentre si cena; il cellulare sempre attivo, anche poggiato sulla tavola come la pistola in un saloon, per non perdere il frammento del messaggio di whatsapp o di un sms; il computer, il tablet o l’iphone in fibrillazione perché la sterminata comunità del web, quella che più frequentiamo, non concede pause. Appena sei anni fa in Italia gli iscritti a Facebook erano 200mila, adesso siamo a quota 26 milioni.
Il dialogo su facebook. E proprio la creatura di Mark Zuckerberg, con le sue straordinarie potenzialità, a distanza di vent’anni dalla data di nascita (2004) ci ha consegnato tanti contatti ma anche tanta solitudine in un mondo di relazioni deboli, che hanno però la forza di schiacciare la conversazione. Parliamo di più, grazie alla Rete, e comunichiamo meno sotto il diluvio di parole elettroniche che così perdono senso, profondità e quindi reale utilità.

La resurrezione del dialogo. Eppure, ecco la novità, l’omicidio della conversazione inizia ad essere esaminato e giudicato dal tribunale dell’opinione pubblica. E sale un grido: resuscitiamola.In America il tema più di moda, nel dibattito pubblico, riguarda le contromisure individuali e collettive contro lo strapotere della tecnologia, e dei suoi alchimisti potenti e miliardari, abbinate alla riscoperta di vecchi, ma preziosi anticorpi, come appunto la conversazione. Sherry Turkle è diventata la vera star di questa discussione che passa attraverso talk show televisivi e radiofonici, che negli Stati Uniti non sono monopolizzati dalla baruffe della politica, inchieste sui magazine, conferenze nelle università. La Turkle è un tipico prodotto della migliore accademia americana, si è laureata ad Harvard, insegna Scienze sociali al Mit di Boston, e un suo libro molto critico sulla pervasività della tecnologia, Alone Together ( in italiano tradotto con il titolo Insieme ma soli) è diventato un long seller pubblicato in 38 paesi del mondo.

Sherry Turkle. Adesso la Turkle ha pronto il sequel, con il titolo Reclaiming Conservation(Restituiteci la conversazione), e intanto anticipa i contenuti del nuovo libro a colpi di interviste e di interventi nel circuito delle Ted conference. Con concetti come questo: «Non sono una nemica della tecnologia e non chiedo di abolire nulla di quanto abbiamo grazie ai nuovi strumenti di comunicazione, ma torniamo a parlare con qualcuno, e non solo a qualcuno attraverso la Rete. Sapendo che il momento magico dello scambio, del dialogo, si accende magari dopo una prima fase di lentezza, di pause, e perfino di noia che poi all’improvviso si trasforma nel calore di un’autentica conversazione». Già, la lentezza dell’approccio che riscalda la conversazione e consente al pensiero di maturare: il contrario della velocità e della compulsione multitasking che alimentano il continuo, febbrile cicaleccio attraverso email, sms, social network, telefoni vari.

Se in America il ritorno alla conversazione dovrà comunque fare i conti con il frenetico metabolismo della civiltà anglosassone in perenne competizione, in Italia, una volta tanto, abbiamo un vantaggio: il conversari, il piacere dello stare insieme, è un codice genetico della nostra civiltà. E’un pezzo dell’identità culturale e sociale made in Italy. A partire dalle radici della filosofia di Seneca, che invocava la conversazione come uno strumento essenziale per uscire dall’isolamento e creare comunità, e da trattati come La civil conversatione di Stefano Guazzo e il Galateo di Giovanni della Casa. Guazzo, molto prima della professoressa Turkle, raccomandava di adattare il linguaggio al desiderio della relazione autentica, senza alzare alcuna barriera tra gli interlocutori, «siano essi giovani o vecchi, borghesi o nobili, colti o ignoranti, ecclesiastici o laici, uomini o donne». Ed è stata la conversazione nell’Italia moderna, innanzitutto quella del boom economico, a dare la cifra ai nostri rapporti di comunità, di popolo e di classi dirigenti, modellando perfino i riti dei luoghi più emblematici dello stare insieme come collettività. Il bar, la piazza, il circolo associativo.

Conversare con i ragazzi. Oggi, nella solitudine dei nostri guai, nell’affanno dell’incertezza che spinge all’isolamento le tribù dei ragazzi orfani di intimità e di sguardi negli occhi, abbiamo una carta in più da giocare: restituire alla conversazione la sua energia vitale, la sua forza di leva per costruire relazioni forti, non compromesse dall’affastellamento di pensieri deboli. Una leva per aiutarci a riconquistare leggerezza e ironia, tolleranza e conoscenza, cose vere che ci appartengono da secoli e, per quanto abbiamo potuto rimuoverle, adesso ci mancano tanto. Troppo, come la faccia degli italiani che non riescono più a sorridere.

Standard